WIKICRAZIA, LA PARTECIPAZIONE POLITICA DIVENTA 2.0

La vecchia politica non c’è più. Viene nostalgia a pensare  a quando le discussioni più accese sul governo, i consigli comunali, le scelte dei partiti si facevano al bar, dal barbiere, all’alimentari, o a quando i nostri padri o nonni, dopo il gelato della domenica pomeriggio, ci portavano alla sezione comunista, dell’Msi,  al circolo cattolico o all’associazione partigiani, dove si parlava di massimi sistemi, di pensioni, di operai, di “piove governo ladro”.

Oggi il livello della partecipazione è calato, le sezioni si sono svuotate e si ci limita a lamentarsi in silenzio, magari con il collega d’ufficio. Tuttavia negli ultimi anni si sta affermando un nuovo modo di fare politica e di partecipare alle discussioni riguardanti la cosa pubblica: la cosiddetta wikicrazia, la partecipazione democratica dei cittadini attraverso gli strumenti della rete, in particolare i social network.

Ad aprire le porte a questo nuovo modo di fare politica e rapportarsi con i cittadini è stato il Presidente Americano Barack Obama,  il primo politico, a metter su, con la campagna elettorale  che lo ha portato all’elezione nel 2008, un vero e proprio sistema di partecipazione sul web: non semplicemente marketing elettorale non convenzionale, ma una vera e propria condivisione di idee e scelte che ha coinvolto milioni di utenti della rete. Una condivisione che è continuata anche dopo l’elezione, con l’attivazione di portali dedicati al confronto sulle scelte del governo e con la presenza personale sui social network: basti pensare che oggi il presidente americano è seguito da quasi 22 milioni di persone su Facebook e da quasi 10 milioni su Twitter, con cui dialoga e che rende partecipi della sua attività quotidiana.

Molti potrebbero obiettare sul reale impatto che la partecipazione politica sul web possa avere sulla realpolitik, e su quanto influenzi realmente le scelte dei governi.  Un esempio significativo (e molto poco riportato dall’informazione tradizionale), è quello della cosidetta “rivoluzione islandese”, la prima rivoluzione politica 2.0. I cittadini del tranquillo, e un tempo ricchissimo, stato del Nord Europa si sono ribellati alla bancarotta che aveva colpito il Paese, alla crisi economica e alle politiche neoliberiste che li avevano fatti sprofondare nel baratro, prima defenestrando il governo e annullando il potere politico dei grandi gruppi bancari multinazionali, per poi avviare una grande discussione popolare su Facebook per riscrivere la Costituzione. Chiunque poteva discutere, vagliare, criticare, sostenere o proporre soluzioni rispetto al lavoro fatto dalla Commissione Costituzionale.

E l’Italia? Sempre un po’ indietro, come al solito, ma qualcosa si muove. Nonostante i “gogol” del Presidente del Consiglio e  la scarsa presenza delle istituzioni sui social network, molti politici e partiti utilizzano la rete per comunicare con i propri elettori. Casi emblematici sono quello del blog beppegrillo.it, del comico genovese Beppe Grillo, pioniere italiano della comunicazione politica sul web, da cui è nato il Movimento Cinque Stelle, e quello del Popolo Viola, nato dall’autoconvocazione su Facebook per una manifestazione e diventato in brevissimo tempo il simbolo della protesta giovanile anti-governo.

Il 2.0, quindi, rappresenta una grande opportunità per fare politica oggi convolgendo i cittadini, uno strumento di partecipazione diventato ormai necessario e imprescindibile, che sta facendo rinascere la voglia di esserci e decidere.

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Pubblicato il settembre 9, 2011, in Comunicazione, Nuovi Media con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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